Rischio reale e rischio percepito

16.03.2020
Rischio reale e rischio percepito

Le Aziende convivono con una serie diversi di rischi collegati alla propria attività lavorativa, rischi che da anni sono chiamate a valutare e gestire nella maniera più idonea rispetto all’Organizzazione aziendale e del lavoro.

Il rischio è un compagno costante della vita delle aziende ma anche della vita di ciascuno di noi, tutti i giorni, in ogni momento.

Ma cosa si intende quando si parla di “rischio“?

Rischio è definibile come “probabilità che si verifichi un danno“, dove danno è invece definibile come una perdita materiale, o un danneggiamento di strutture/infrastrutture, o ancora come infortunio o malattia professionale o morte del Lavoratore.

Tanto che la modellizzazione del rischio industriale segue la celebre e semplice formula:

R = P x D

All’interno della sua stessa definizione il Rischio (R) contiene quindi due variabili importanti:

* la concreta Probabilità (P) che di verifichi qualcosa di spiacevole;

* la tipologia/intensità della conseguenza spiacevole (D, Danno) a carico delle persone fisiche, delle strutture o degli impianti aziendali, o di altro ancora.

La psicologia del lavoro ci insegna che, molto più che il danno, ciò che rende concreto e “vicino” un particolare rischio agli occhi delle persone è la sua probabilità di accadimento.

Si tratta di un retaggio del nostro “cervello rettile”, cioè la parte del cervello che l’evoluzione ci ha donato per allertarci e reagire in maniera rapida e concreta…solo verso i rischi vicini, prossimi, concreti.

Una situazione che invece non capita con alcune tipologie di rischio, cioè con quelle che hanno una scarsa manifestazione (bassa frequenza) pur magari a fronte di conseguenze anche molto importanti (danno elevato).

Perchè al di là del rischio “reale”, quello cioè che viene quantificato attraverso strumenti ingegneristici per il mondo dei RIR (Rischi di Incidente Rilevante, ex Direttive Seveso) o attraverso le valutazioni dell’RSPP per il mondo della SSL (Salute e Sicurezza sul Lavoro), un fattore fondamentale nell’approccio di ciascuno verso il rischio è la “percezione del rischio“, definibile come la consapevolezza di ognuno rispetto ad un particolare rischio.

Una percezione che è squisitamente personale ed influenzata da molte variabili differenti, che spaziano dalla cultura personale, alla sensibilità, alle proprie esperienze pregresse nel campo della sicurezza, alla propria attitudine naturale verso il rischio, etc.

In questo senso, allora, dentro una azienda i livelli da gestire rispetto al rischio sono almeno due:

* il rischio”reale”, da quantificare e da gestire (in una logica di prevenzione e di protezione);

ma anche

* il rischio “percepito”, cioè appunto la consapevolezza del rischio in coloro che esposti a quel rischio.

Si tratta di due mondi paralleli, che spesso non coincidono, perchè le diverse persone esposte ad un rischio possono:

– percepirlo in maniera diversa rispetto a “quanto vale” il rischio stesso,

– (dentro un medesimo gruppo lavorativo) percepirlo in maniera diversa tra i diversi lavoratori.

Attività importantissima da parte dell’Azienda è sicuramente allora quella di valutare e di gestire i propri rischi aziendali, ma altrettanto importante è quella di costruire una corretta percezione del rischio nei lavoratori, che sia allineata alla “portata reale” del rischio valutato.

Questa azione di “allineamento” tra rischio reale e rischio percepito, realizzabile tramite adeguati programmi formativi e di sensibilizzazione, è fondamentale e non è una azione teorica o di accademia: infatti uno degli scopi della formazione alla sicurezza in azienda è quella di mostrare che l’Azienda stessa si occupa in maniera efficace della tutela della sicurezza di ognuno (rispetto ai rischi a cui ciascuno è esposto), correggendo eventuali “distorsioni percettive” rispetto al rischio che, se non corrette, possono comportare potenziali e seri problemi.

Un disallineamento tra rischio reale e rischio percepito può infatti portare a comportamenti di sottostima o -al contrario- di sovrastima del rischio, situazioni entrambe potenzialmente pericolose rispetto all’attività lavorativa: la sottostima del rischio può infatti portare a sottovalutare e non attuare le azioni di autotutela del rischio indicate nelle procedure aziendali, la sovrastima può potenzialmente portare allo stesso esito, facendo vivere peraltro il Lavoratore nel costante timore di essere esposto ad un rischio grande e non gestibile…verso cui le procedure di sicurezza appaiono quindi sostanzialmente inutili da attuare.

Ed è altrettanto vero che, senza un piano formativo continuo ed adeguato nei confronti dei rischi lavorativi effettivamente presenti in azienda, non si riescono ad ottenere risultati accettabili di “interiorizzazione” del rischio. Anche l’accadimento reale di problematiche incidentali (quindi situazioni in cui “il rischio da probabilità diventa realtà”) comporta un aumento della sensibilità al rischio solo temporaneo. In assenza di programmi di sollecitazione continua il passare del tempo e la routine lavorativa porta inevitabilmente ad un “rilassamento”, ad una diminuzione della soglia di attenzione al rischio (percezione), così come evidenziato nel grafico sottostante:

In conclusione, il mondo del rischio è ampio e complesso, deve essere sicuramente gestito a livello tecnico e tecnologico ma -soprattutto- a livello umano: perchè è l’uomo il soggetto esposto al rischio, ed è solo grazie alla sua corretta azione -che parte però da una corretta percezione del rischio- che il rischio può essere efficacemente gestito tramite prevenzione e protezione.

A vantaggio dei Lavoratori, dell’Azienda ma -nel caso di Stabilimenti in Direttiva Seveso, a Rischio di Incidente Rilevante- anche a vantaggio del territorio che circonda lo stabilimento che stocca e lavora sostanze pericolose.

Settore Formazione del Comitato Tecnico GPL

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